Túrin Turámbar: fato o hybris?

By Serena Memoli No comments

Elementi della tragedia greca nella storia dei figli di Húrin

I Figli di Húrin – Illustrazione di Alan Lee

A oltre quarant’anni dalla pubblicazione del Silmarillion, un ricco filone di studi è fiorito sul legendarium tolkieniano, molti dei quali volti ad analizzare l’influenza della letteratura antica sull’opera di J. R. R. Tolkien.[1] Dal Cristianesimo alla mitologia norrena, passando per l’epica germanica, il Kalevala e le leggende arturiane, moltissime sono state le opere e i corpus mitologici passati al vaglio da accademici e amatori.  

Quest’articolo si concentra sui richiami alla letteratura greca presenti nell’opera del Silmarillion, con particolare riferimento al racconto de I figli di Húrin, che si configura come un dramma profondamente impregnato di elementi della grande tragedia classica.

Cenni sulla tragedia greca

Il genere tragico nasce in Grecia raggiungendo il suo apice nell’Atene del V secolo a. C.

Tra i suoi maggiori rappresentanti sono annoverati Eschilo, Sofocle ed Euripide.

I temi della tragedia traggono spunto dalla mitologia greca e si caratterizzano per la presenza costante di un topos, la caduta dell’eroe, al quale conseguono sventure e sofferenze che suscitano la pietà e la commozione del lettore/spettatore, che giungerà, al termine della narrazione, a una forma di purificazione emotiva, la katharsis, che rappresenta, secondo Aristotele, lo scopo ultimo di ogni forma di arte.[2]

Il racconto di Túrin Turámbar

La storia dei figli di Húrin fa la sua prima comparsa all’interno dei racconti sulla Prima Era narrati dal Silmarillion.[3] Protagonista di questo racconto è il giovane Túrin, figlio maggiore del signore della casa di Hador, Húrin il possente. I fatti si svolgono nel Beleriand, la regione più settentrionale della Terra di Mezzo, ai tempi della guerra contro il malvagio Morgoth, precursore dell’oscuro signore Sauron. Nell’anno 473, Elfi e Uomini danno vita a una grande alleanza per liberarsi definitivamente del loro nemico. Sulla nera pianura di Anfauglith si svolge un durissimo combattimento, passato alla storia come Battaglia delle innumerevoli lacrime, che si conclude con la sconfitta di Elfi e Uomini. Benché possente e valoroso, Húrin viene fatto prigioniero dagli Orchi e tratto in Angband al cospetto di Morgoth; qui, egli viene maledetto e, a causa di un incantesimo, è costretto ad assistere impotente alle innumerevoli sciagure che si abbatteranno sulla sua casata:

“L’ombra del mio disegno si stende su Arda, e tutto quanto è in essa lentamente e sicuramente si piega alla mia volontà. Ma su tutti coloro che tu ami il mio pensiero graverà come una nube del Destino e li getterà nella tenebra e nella disperazione. Ovunque andranno, sarà male. Ogniqualvolta parleranno, le loro parole saranno foriere di cattivo consiglio. Qualsiasi cosa facciano, si rivolterà contro di loro. Moriranno in disperazione, maledicendo sia la vita che la morte. […] Stattene qui seduto e guarda le contrade dove male e disperazione piomberanno su coloro che tu hai consegnato nelle mie mani. Ché hai osato farti beffe di me, e hai messo in dubbio il potere di Melkor (Morgoth, nda), Padrone dei destini di Arda. Pertanto, con i miei occhi vedrai, e con le mie orecchie udrai, e nulla ti sarà celato.”[4]

Inizia così un’infinita serie di sventure che una dopo l’altra si abbatteranno sulla famiglia di Húrin e che costituiscono il cuore della narrazione che sarà poi ulteriormente sviluppata nel romanzo I figli di Húrin.

Mentre la malvagità di Morgoth avanza inesorabilmente sul Beleriand, Morwen, moglie di Húrin, decide di mettere in salvo il figlio Túrin, prima che i nemici si impadroniscano delle loro terre nel Dor-lómin. Incapace di viaggiare per via di un’inaspettata gravidanza, Morwen affida il bambino a due servi che lo condurranno nel regno elfico del Doriath, dove regnano Thingol e Melian.

Una magica cintura di incantesimi protegge il regno dagli attacchi di Morgoth e impedisce a chiunque (o quasi) di addentrarsi in quelle terre senza il volere dei suoi signori. A ragione della parentela di Morwen e Beren (a cui Thingol aveva concesso in sposa sua figlia Lúthien), Túrin viene accolto dal Re e allevato come un principe fra gli Elfi. Benché lontano dalla sua casa e orfano di padre, egli trascorre la sua infanzia in un regno ancora in pace, immune al male di Morgoth. Dopo alcuni anni, divenuto ormai adulto, Túrin chiede e ottiene una spada e, col permesso del Re, si reca alle frontiere del Doriath a combattere gli Orchi. Qui stringe una profonda amicizia con l’Elfo Beleg e, combattendo al suo fianco, dimostra il proprio valore e coraggio.

Una sera, di ritorno dalle marche di frontiera, Túrin subisce un affronto da parte di un Elfo della corte di Thingol, Saeros. Il giorno dopo, preso dall’ira per la discussione della sera precedente, l’Elfo aggredisce il giovane uomo nelle selve tendendogli un’imboscata. Túrin però ha la meglio e si lancia all’inseguimento del proprio aggressore. Mentre fugge, tuttavia, quest’ultimo precipita in un profondo crepaccio e muore. Invitato dagli Elfi sopraggiunti a tornare a palazzo per sottoporsi al giudizio del Re, Túrin rinnega testardamente l’autorità di Thingol su di lui e decide di dipartirsi immediatamente dal regno del Doriath.

È questo ciò che Aristotele definisce nella sua poetica peripeteia, il momento in cui lo status quo, ovvero le circostanze della vita di Túrin, mutano rapidamente dando avvio alla catena di cause ed effetti che condurranno inevitabilmente alla katastrophe, ovvero alla rovina del protagonista.

Túrin si configura a partire da questo momento come l’eroe tragico, forte eppure incline alla caduta per via del suo orgoglio, in grado di affascinare il lettore con la sua immensa forza d’animo e suscitarne allo stesso tempo l’empatia.

Unitosi dapprima a una banda di fuorilegge, subisce il tradimento di un nano da egli stesso catturato e a causa del quale viene fatto prigioniero da una schiera di Orchi. Liberato dal suo migliore amico Beleg, lo uccide per sbaglio con la sua stessa spada.

Si reca dunque nel regno elfico del Nargothrond, dove assume una falsa identità, presentandosi come Agarwaen, figlio di Úmarth, ovvero “Macchiato di Sangue, figlio di Malasorte”. Grazie alla sua prodezza, Túrin/Agarwaen guadagna ben presto i favori del re del Nargothrond e della sua bellissima figlia Finduilas. Ma la mente del giovane protagonista va alla guerra e alla vendetta contro Morgoth e il suo cuore è duro, troppo duro per aprirsi all’amore. Privo di fiducia e di punti di riferimento, egli è guidato solo dal desiderio di vendicare suo padre e muovere guerra a Morgoth e rinnega sia i consigli degli amici che la fede nei Valar, Signori del Reame Benedetto occultato per sempre dalla Terra di Mezzo.

“I Valar! Vi hanno abbandonato e disprezzano gli Uomini. A che serve guardare a occidente, al di là del mare sconfinato? Uno solo è il Vala con cui abbiamo a che fare ed è Morgoth; e se alla fine non riusciremo a vincerlo, per lo meno potremo fargli del male e ostacolarlo. […] E un’altra cosa io ti dico: sebbene gli uomini godano di vita breve rispetto a quella concessa agli Elfi, meglio per loro gettarla in battaglia che fuggire o sottomettersi. La sfida di Húrin Thalion è una grande impresa; e, anche se Morgoth ne uccide l’autore, non può impedire che il fatto sia avvenuto. Perfino i Signori dell’Occidente lo faranno oggetto di onore e forse che questo non è scritto nella storia di Arda, che né Morgoth né Manwe possono cancellare?”[5]

È proprio l’ardore di Túrin a scatenare l’ira di Morgoth, che invia le proprie armate a devastare il Nargothrond. Paralizzato da un incantesimo, Túrin assiste impotente al saccheggio del regno e al rapimento della dolce Finduilas. Così lo saluta Glaurung, padre dei Draghi:

“Salve, figlio di Húrin! Che bell’incontro! Perverse sono state le tue azioni, figlio di Húrin; ingrato figlio adottivo, bandito, assassino del tuo amico, ladro d’amore, usurpatore di Nargothrond, comandante sconsiderato, traditore del tuo stesso sangue. Come schiave tua madre e tua sorella vivono nel Dor-lómin, in miseria e indigenza. Tu sei vestito come un principe, ma loro son coperte di stracci. Per te si struggono, ma tu non te ne curi. Ben lieto può essere tuo padre di avere un figlio simile: e lo saprà!”[6]

Túrin ascolta con rammarico le parole del drago e in esse vede un distorto, odioso riflesso di sé stesso. Glaurung però non lo uccide: ben altri sono i piani di Morgoth e ancora più gravi della morte sono le sofferenze che attendono il giovane uomo.

Credendo sua madre e sua sorella in pericolo, Túrin corre nel Dor-lómin, dove scopre che Morwen e Niënor sono fuggite da tempo alla volta del Doriath per ricongiungersi a lui. Dopo aver cercato invano Finduilas, apprende dagli uomini del Brethil la notizia della morte della giovane fanciulla elfica del Nargothrond, avvenuta per mano degli Orchi.

Nel Brethil, Túrin comincia una nuova vita:

“Tutti i miei giorni passati sono stati scuri e pieni di malvagità. Ma un nuovo giorno è venuto. Qui starò in pace, rinunciando al nome e alla stirpe, e così facendo mi lascerò alle spalle la mia ombra, o per lo meno non la proietterò su coloro che amo.”[7]

Assume allora un nuovo nome, Turámbar, ovvero Padrone del destino, nel vano tentativo di sfuggire alla sorte sventurata che sembra gravare sulla sua stirpe a causa della maledizione di Morgoth. Ben presto però il male s’insinua nuovamente nella vita del giovane Turámbar, poiché il suo fato è legato alle sue azioni e non al suo nome: un giorno, mentre si trova a caccia nei boschi, egli salva una fanciulla nelle selve. Bella eppur profondamente triste, la giovane donna ha perduto completamente la memoria a causa di un incantesimo. Turámbar la chiama Níniel, ovvero Fanciulla in Lacrime, e decide di portarla con sé. Ben presto, i due si innamorano e decidono di sposarsi.

Il lettore conosce però l’amara verità: Níniel non è nient’altro che Niënor, la sorella di Túrin, che ha lasciato il Doriath alla ricerca del suo amato fratello e, perdutasi fra le selve, è caduta vittima della maledizione lanciatale dal perfido drago Glaurung.

Inconsapevoli della loro parentela, i due fratelli vivono per qualche tempo felici come marito e moglie, e Níniel si scopre presto incinta. Ma la loro gioia è turbata dall’arrivo di Glaurung nel Brethil. È a questo punto che il disegno di Morgoth giunge a compimento e la tragica narrazione della storia dei figli di Húrin raggiunge il suo climax: Turámbar riesce con la sua spada a trafiggere mortalmente Glaurung, ma rimane egli stesso ferito da un fiotto di sangue velenoso che schizza dal ventre della bestia e cade apparentemente morto. Níniel lo raggiunge e, mentre ella singhiozza accanto al suo corpo, con un ultimo respiro il drago compie la sua ultima opera di malvagità, sciogliendo l’incantesimo che aveva imposto alla giovane donna e rivelandole la sua vera identità e la natura incestuosa del matrimonio col fratello.

“Salve, Niënor figlia di Húrin. Ci rivediamo, finalmente. Mi congratulo con te che hai trovato tuo fratello. E ora sappi chi è: uno che colpisce nell’ombra, sleale con i nemici, infido con gli amici, e una maledizione per tutti i suoi, questi è Túrin figlio di Húrin! Ma la peggiore delle sue azioni, la sentirai in stessa.”[8]

Disperata e pazza di dolore, Niënor/Níniel si toglie la vita gettandosi in una profonda gola del fiume Teiglin.

Risvegliatosi, Túrin apprende l’amara verità e si avvede infine di come tutte le sue scelte e le sue azioni siano precipitate in disgrazia. Come l’eroe tragico Edipo, che scopre di aver ucciso suo padre e sposato sua madre, anche Túrin rimane vittima di una drammatica anagnorisis: pianta dunque la sua nera spada in terra e con un ultimo orrendo gesto, che riecheggia la fine dell’eroe omerico Aiace Telamonio, pone fine alla sua esistenza maledetta gettandosi sulla lama.

Dopo la morte di Túrin, Morgoth libera Húrin e quest’ultimo si ricongiunge con sua moglie Morwen, giusto in tempo per vederla spirare fra le sue braccia, accanto alla tomba dei propri figli.

Con la dolorosa scomparsa degli ultimi membri della famiglia di Húrin, si conclude il più lungo e il più triste di tutti i lai del Beleriand; un commovente susseguirsi di errori e scherzi della sorte, nei quali non è solo il male inferto da Morgoth ad innescare la katastrophe, ma la fragilità umana. Come i protagonisti immortali della grande tragedia greca, Túrin è destinato a rimanere per sempre impresso nella mente del lettore. Nonostante la sua storia si svolga nella cornice di un racconto fantasy, popolato da creature magiche, Elfi, Orchi, Nani e semi-dèi, la complessità dell’affresco di questo personaggio rende la storia un classico in grado di parlare all’animo umano in ogni tempo. Figlio della disgrazia e vittima del fato e dell’ingiustizia, Túrin sembrerebbe suscitare con la sua storia un senso di sgomento, sopraffazione, impotenza di fronte all’ineluttabilità del fato.

Eppure, il lettore di Tolkien sa sin dalle prime pagine del Silmarillion che invero il potere di Morgoth sui destini degli uomini è solo apparente, poiché essi sono il frutto della mente del Dio Ilúvatar e da Egli hanno ricevuto il dono di plasmare il proprio destino al di là della musica degli Ainur, con la quale la creazione ha avuto inizio.

Se è vero che gli Uomini sono dotati di libero arbitrio, qual è dunque la causa della rovina di Túrin? Proprio come i suoi precursori greci, – Oreste, Edipo, Medea – Túrin intraprende di sua propria volontà un cammino lungo e doloroso, in cui si susseguono una serie di scelte sventurate, dettate spesso dall’ira e dall’orgoglio, dalla sua hybris, che lo conducono infine alla rovina. Fra tutti gli errori e i crimini da lui commessi, ciò che più grava sul fato del protagonista, ciò che davvero innesca la maledizione di Morgoth, è il mancato pentimento e il suo rifiuto di sottoporsi al giudizio di Thingol al momento della morte di Saeros: come il greco Oreste che, uccidendo sua madre per vendicare l’assassinio di Agamennone, scatena su di sé l’ira delle Erinni, gli spiriti della vendetta, così Túrin, benché innocente, rinnegando l’autorità del Re su di sé, si sottrae alla giustizia e scatena la sua nemesis. Al termine dell’Orestea, la furia delle Erinni viene placata con la celebrazione di un processo presso il tribunale dell’Areopago e queste ultime divengono Eumenidi, ovvero divinità benevoli protettrici di Atene. Túrin, invece, rifiuta categoricamente il giudizio di Thingol, negando a sé stesso e a Saeros il beneficio del perdono. È questo quello che Aristotele definisce nella sua poetica hamartia e che rende Túrin il perfetto eroe tragico:

“that of a man who is not eminently good and just, yet whose misfortune is brought about not by vice or depravity, but by some error or frailty”

È la hybris dunque, e non l’ineluttabile fato, la vera causa della disgrazia di Túrin e ciò che lo distingue da altri protagonisti delle storie della Terra di Mezzo che invece sono mossi dalla pietà e dalla misericordia. Si pensi ad esempio a Bilbo e alle conseguenze della sua scelta di non uccidere Gollum quando ne ha l’opportunità. Anni più tardi, davanti al camino di casa Baggins, suo nipote Frodo si rammaricherà di quella decisione, ricevendo l’ammonimento di Gandalf:

“Peccato? Ma fu la Pietà a fermargli la mano. Pietà e Misericordia: egli non volle colpire senza necessità. E fu ben ricompensato di questo suo gesto, Frodo. Stai pur certo che se è stato grandemente risparmiato dal male, riuscendo infine a scappare e a trarsi in salvo, è proprio perché all’inizio del suo possesso dell’Anello vi era stato un atto di Pietà.”[9]

Il lettore del Signore degli Anelli sa bene quanto l’Anello sia malvagio e l’effetto che sia in grado di fare su chi lo porti: Gollum ne è un esempio perfetto; eppure da Gandalf stesso veniamo a sapere che la Pietà di Bilbo in qualche modo lo ha protetto, e che il male non può avere la meglio su chi agisce guidato dalla Misericordia.

La storia di Túrin sembra tuttavia non essere completamente conclusa al momento della sua morte e un barlume di speranza permane, nascosto fra gli appunti di Tolkien; in Turámbar e il Fóalokë, si narra che, udendo le preghiere di Morwen e Húrin, i Valar fossero mossi a compassione del destino infelice di Túrin e Niënor, e che i due fratelli venissero infine purificati attraverso il Fôs’ Almir, il bagno di fiamma, con il quale ogni dolore e macchia furono lavati via e il loro amore reso puro e giusto.[10]

Ancora, in una versione del Valaquenta, si menziona la Seconda profezia di Mandos, secondo la quale sarà proprio Túrin, con la sua spada nera, a distruggere definitivamente Morgoth nel corso della Dagor Dagorath, l’apocalittica battaglia finale tra le forze del bene e del male, al termine della quale una nuova musica degli Ainur sarà fatta:

Thus spoke Mandos in prophecy, when the Gods sat in judgement in Valinor, and the rumour of his words was whispered among all the Elves of the West. When the world is old and the Powers grow weary, then Morgoth, seeing that the guard sleepeth, shall come back through the Door of Night out of the Timeless Void; and he shall destroy the Sun and Moon. But Ëarendel shall descend upon him as a white and searing flame and drive him from the airs. Then shall the Last Battle be gathered on the fields of Valinor. In that day Tulkas shall strive with Morgoth, and on his right hand shall be Fionwë, and on his left Túrin Turámbar, son of Húrin, coming from the halls of Mandos; and the black sword of Túrin shall deal unto Morgoth his death and final end; and so shall the children of Húrin and all Men be avenged.”[11]

È questa, forse, la vera fine del racconto di Turámbar, il momento in cui la katharsis giunge al suo ultimo scopo: la purificazione e il perdono dell’eroe ad opera del bagno di fiamma, simbolo dell’amore e della misericordia di Ilúvatar, e la liberazione del mondo dal male ad opera di colui che più di tutti ha sofferto le sue conseguenze.


[1] Se ne citano di seguito alcuni a titolo di esempio:

Evans Johnathan. “The Dragon Lore of Middle-earth: Tolkien and Old English and Old Norse Tradition”, in Clark George & Timmons Daniel (Eds.), J. R. R. Tolkien and His Literary Resonances: Views of Middle-Earth, Greenwood Publishing Group, 2000;

Shippey Tom, The Road to Middle-earth (3rd ed.). HarperCollins Publishers, 2005;

St. Claire Gloriana, “An overview of the Northern influences on Tolkien’s works”, in Goodknight H. Glen & Reynolds Patricia (Eds.), Proceedings of the J.R.R. Tolkien Centenary Conference, 1992;

Tolley Clive, “Old English Influences on The Lord of the Rings, in North Richard & Alland Joe (Eds.), Beowulf and other stories. A New introduction to Old English, Old Icelandic and Anglo-Norman literature (2nd ed.), Routledge, 2014.

[2] Aristotele, Poetica, traduzione e introduzione di Guido Paduano, Laterza, 1998.

[3] Tolkien John Ronald Reuel, Il Silmarillion (XVIII ed.), Bompiani 2007.

[4] Tolkien John Ronald Reuel, I Figli di Húrin, Bompiani 2007, p. 63.

[5] Tolkien John Ronald Reuel, I Figli di Húrin, op cit, p. 163.

[6] Ivi, pp. 180-181.

[7] Ivi, p. 198.

[8] Ivi, p. 247.

[9] Tolkien John Ronald Reuel, Il Signore degli Anelli (IX ed.). Edizione illustrata da Alan Lee, Bompiani, 2014, p. 85.

[10] Tolkien John Ronald Reuel, Racconti perduti (X ed.), Bompiani, 2008, p. 145.

[11] Tolkien John Ronald Reuel, The Lost Road and Other Writings, History of Middle Earth Vol 5, Part 2, Ch 6, §31, Allen & Unwin, 1987.

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