Scrivere un dialogo efficace

By Serena Memoli No comments

Un dialogo efficiente è la chiave per affascinare e avvincere il lettore fin dalle prime pagine del tuo romanzo.

Ti è mai capitato di leggere un libro o di guardare un film dalla trama intrigante, ma di restare indifferente o infastidito ogni volta che i personaggi aprivano la bocca?


O, al contrario, di essere immediatamente catturato proprio da scambi di battute efficaci e indimenticabili?

«Che cosa leggi?» chiese Jon.

«Draghi.»

«A che scopo? Non esistono più, i draghi» disse Jon con la sicurezza propria dell’adolescenza.

«Questo è quanto si dice» ribatté Tyrion. «Triste, non trovi? Quando avevo la tua età, sognavo di avere un drago tutto per me.»

«Sul serio?» Il tono di Jon era sospettoso, forse temeva che Tyrion stesse prendendosi gioco di lui.

«Molto sul serio. In groppa a un drago, perfino un ragazzino tutto storto e molto brutto può guardare il mondo dall’alto in basso.» Tyrion spinse da parte la pelle d’orso e si alzò. «Accendevo dei fuochi nei sotterranei di Castel Granito e rimanevo a guardare le fiamme per ore, facendo finta che fossero l’alito di un drago. Certe volte immaginavo che potessero incenerire mio padre. Altre volte mia sorella…»

Jon Snow continuava a fissarlo, e negli occhi aveva un misto di repulsione e d’incantamento.

«Non guardarmi a quel modo, bastardo» sogghignò il Folletto. «Io conosco il tuo segreto. Non dirmi che non hai avuto visioni simili.»

Il trono di spade, Il Grande inverno

George R.R. Martin


Questa è una piccola parte di un dialogo estratto dal primo volume della famosa saga de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, di George R.R. Martin. Senza dubbio, uno dei migliori scambi di battute che io abbia mai letto all’interno del genere fantasy.

Cos’ha di tanto speciale questo dialogo? Analizziamolo un po’.

Il capitolo in questione è filtrato dal punto di vista di Tyrion Lannister, figlio cadetto di una delle famiglie più ricche del continente occidentale e fratello della regina dei Sette Regni. L’altro protagonista è Jon Snow, giovane membro bastardo della famiglia Stark. Tyrion è un nano, per sua stessa ammissione di terribile aspetto, e dalle sue parole comprendiamo subito il dramma che questa condizione abbia imposto alla sua vita:

In groppa a un drago, perfino un ragazzino tutto storto e molto brutto può guardare il mondo dall’alto in basso.”


Apprendiamo, inoltre, che del suo rapporto travagliato con gli altri membri della famiglia.

«Certe volte immaginavo che (i draghi, n.d.r.) potessero incenerire mio padre. Altre volte mia sorella…».


A prima vista, potrebbe sembrare che il personaggio stia raccontando un episodio della sua infanzia senza alcun legame con quanto sta avvenendo in quel momento nella trama. In realtà, con poche abili pennellate, l’autore riesce a trasmettere tutto il dramma esistenziale di Tyrion, senza ricorrere all’utilizzo del flusso di coscienza.

Non solo. Ciò che preferisco in assoluto di questo dialogo, è la dirompente capacità di creare un legame immediato tra i due personaggi che parlano. Come Tyrion, infatti, Jon Snow conosce l’amarezza di essere un emarginato: nella cultura dei Sette Regni, i figli nati al di fuori del matrimonio non sono ben considerati. Entrambi si sentono degli outsider all’interno della propria stessa famiglia. È Tyrion stesso, qualche capitolo prima, a dire a Jon:

«Agli occhi dei loro padri, tutti i nani sono bastardi.»


ed è esattamente in quel momento che il rapporto fra i due inizia a delinearsi. Ma Jon è diffidente, restio a concedersi di provare simpatia per il nano Lannister.

«Il tono di Jon era sospettoso […] continuava a fissarlo, e negli occhi aveva un misto di repulsione e d’incantamento.»


Il giovane bastardo percepisce la sua affinità col nano, eppure è cauto, frena sé stesso, poiché l’uomo che gli sta di fronte non ha una buona reputazione. Ma Tyrion è un tipo senza peli sulla lingua, e con la sua arroganza assalta il fragile muro alzato da Jon.

«Non guardarmi in quel modo, bastardo. Conosco il tuo segreto.»


Quindici righe, soltanto quindici, per un totale di 167 parole, che riescono a veicolare così tante informazioni senza appesantire il testo. Questo è ciò che deve fare un buon dialogo.

Ovvero, ricapitolando:

  • Rivelarci qualcosa su chi parla che non avremmo modo di comprendere altrimenti. Il dialogo è un ottimo luogo in cui riversare i pensieri dei tuoi personaggi. I monologhi possono essere utili talvolta, ma è generalmente bene cercare di limitare i flussi di coscienza spropositatamente lunghi. Nel confronto reciproco, la personalità dei personaggi si definisce meglio, e il dialogo consente di tirare fuori la loro verità senza rallentare il ritmo della narrazione.


  • Essere sincero, realistico, credibile. Quando scrivi un dialogo, sii onesto su come parlerebbe il tuo personaggio. Lascia che si esprima con la sua voce, con la sua gestualità, che abbia un registro linguistico coerente, che rispecchi la sua personalità e il suo vissuto. Nel dialogo presentato qui sopra, i personaggi provengono entrambi da strati sociali molto elevati, e sono pertanto persone istruite ed educate. Tyrion, tuttavia, è anche un uomo decisamente lascivo, e in un altro capitolo vediamo venir fuori in maniera dirompente questa sua natura lussuriosa e talvolta volgare, quando gli sentiamo affermare di voler morire nel suo letto

«a ottant’anni, con la pancia piena di vino e le labbra di una fanciulla attorno al cazzo.»


Non esattamente un registro linguistico da Sturm und Drang, ma sicuramente idoneo ad esprimere le inclinazioni e le sfumature caratteriali del personaggio.Avere una sintassi semplice, che ricalchi quella del parlato. A meno che il tuo personaggio non stia recitando un proclama, evita costruzioni troppo lunghe e contorte. Quando si parla, si tende ad essere brevi e concisi, e a limitare l’uso di vocaboli ricercati. Quando non scrivi, ascolta. Ascolta il più possibile. Stralci di conversazioni sull’autobus, in fila alle poste, al ristorante: dovunque tu ti trovi, presta attenzione a come parlano davvero le persone. È importante soprattutto che ti concentri sul ritmo del parlato, sulle forme verbali e sulle costruzioni sintattiche più usate. Attenzione, tuttavia, alle interiezioni: ogni tanto, quando necessario, possono andar bene, ma non infarcire il testo di parole e onomatopee che disturberebbero la lettura

  • Fare buon uso dei sottintesi. Nessuno, nella vita reale, dice interamente ciò che sta pensando. Una buona parte di qualsiasi conversazione è spesso affidata alla complicità fra chi parla e chi ascolta. Lascia che sia il lettore ad intendere ciò che si nasconde fra le righe. Bada bene però, a non essere troppo ambiguo o oscuro, per non rischiare che chi legge si senta smarrito.

  • Tag. È di fondamentale importanza che sia sempre ben chiaro al lettore chi sta parlando. Non temere di usare la parola “disse” (di più sull’argomento in questo articolo); fa buon uso dei pronomi, ma non lesinare sui nomi dei personaggi (o sui loro soprannomi o titoli, se ne hanno).

Un buon modo di evitare un utilizzo eccessivo e ridondante dei tag è quello di descrivere le azioni che i personaggi compiono mentre parlano.

«In groppa a un drago, perfino un ragazzino tutto storto e molto brutto può guardare il mondo dall’alto in basso.» Tyrion spinse da parte la pelle d’orso e si alzò.


Nell’esempio in questione, non abbiamo bisogno che l’autore utilizzi il verbo “disse”, o qualsiasi altro sinonimo, per comprendere che è Tyrion a parlare. Questa tecnica inoltre, ha il vantaggio di conferire una certa visività al dialogo: il lettore non sente semplicemente i personaggi parlare, li vede interagire e muoversi sulla scena come se fossero davanti ai suoi occhi.

Altre volte, quando lo scambio di battute si alterna in maniera regolare, un semplice punto e a capo può sopperire all’omissione del tag:

«Che cosa leggi?» chiese Jon.

«Draghi.»

  • Far avanzare la trama. Le conversazioni di circostanza sono assolutamente vietate. Bandite. Incostituzionali. Niente chiacchierate sul meteo, niente scambi di battute che non portano a nulla se non a uno spreco di prezioso spazio bianco. Usa i dialoghi per informare il lettore di circostanze importanti avvenute fuori scena (possibilmente, senza abusare di questo escamotage: mostrare è sempre meglio che raccontare), o per innescare decisioni, azioni, conflitti e colpi di scena. Ogni volta che uno dei tuoi personaggi apre la bocca, abbi chiaro in mente il suo obiettivo. Qual è lo scopo delle sue parole? Cosa intende ottenere da quella conversazione? Vuole conquistare una donzella? Annientare psicologicamente un antagonista? Consigliare un amico? Esternare ciò che sente? Far cambiare idea al suo interlocutore? Qualsiasi sia l’oggetto del dialogo, intraprendi subito quella direzione e non sviare.




Queste sono le regole fondamentali di ogni dialogo che si rispetti. Attenersi a questo piccolo vademecum è il minimo sindacale per creare un buono scambio di battute, ma per rendere davvero indimenticabili le conversazioni tra i tuoi personaggi, dovrai innanzitutto conoscere coloro che parlano. I protagonisti sono nati dalla tua mente, sono il frutto della tua psiche. Indaga su di essi. Parlaci, intervistali, scrivi pagine di diario per conto loro, pensa a loro come se fossero reali. Quando li conoscerai intimamente, e saprai tutto dei loro valori, delle loro credenze, della loro gestualità, quando sarai in grado di respirare le loro emozioni e i loro conflitti, saranno loro stessi a parlare attraverso di te.

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