DISSE: Amico o nemico?

By Serena Memoli No comments



«Mettete giù quella pistola, Utterson!» crocidò Jekill.

«Non smettere più di baciarmi!» ansimò Shayna.

«Maledetto burlone!» ciangolò Bill.

Se leggendo queste battute hai appena sperimentato una sensazione di disagio, sei in buona compagnia. No, non sto parlando semplicemente di me, ma di un autore di milioni di best seller, il caro vecchio Stephen King, che nel suo “On Writing” commenta questo pezzo così:

“Non fatelo. Pietà, oh, pietà.”

Che cos’ha questo pezzo che non va?

Prova a rileggerlo e vedi cosa ti fa accartocciare lo stomaco.

Crocidò.

Ansimò.

Ciangolò.

Ahi!

Ebbene sì, i sinonimi di dire “pompati di steroidi” – per dirla con le parole del maestro dell’horror – sono quanto di più ostico si possa affrontare nella costruzione di un dialogo.

King li definisce “denti di leone”:

“Quando meditate se introdurre o no un pernicioso dente di leone in un brano di dialogo, vi suggerisco di chiedere a voi stessi se volete davvero scrivere il genere di prosa che potrebbe finire in un gioco di società.”

Foto di Jopwell da Pexels


“Ma come?” dirai tu. “Come faccio a farmi capire dal lettore senza descrivere il tono o lo stato d’animo del personaggio che sta parlando?”

Semplice: metti al bando la paura e fidati del tuo dialogo. Del tuo dialogo e del verbo “disse”.

“Disse” è tuo amico, molto più di quanto lo siano “borbottò”, “sibilò”, “sputacchiò”, “brontolò”, “proferì”, e tutti gli altri succedanei che tu sia in grado di cavare fuori dalla tua edizione della Treccani. Molte volte, il timore di abusare della stessa parola nel giro di poche righe ti frenerà, orientandoti verso scelte più sofisticate che tuttavia sortiranno probabilmente un effetto negativo, rompendo l’incantesimo del dialogo e distraendo il lettore.

Nella maggior parte dei casi, “disse” va benissimo.

Osserva questo dialogo tratto da Il Signore degli Anelli:

«Addio! e che vi sia concesso di trovare ciò che cercate!», gridò Éomer. «Ritornate al più presto possibile, affinché le nostre spade possano poi brillare insieme!».

«Tornerò», disse Aragorn.

«Tornerò anch’io», disse Gimli. «Non abbiamo concluso il discorso su Dama Galadriel. Devo ancora insegnarti a parlare con gentilezza».

«Vedremo», disse Éomer. «Sono accadute tante e così strane cose, che apprendere a lodare una graziosa dama sotto gli amorevoli colpi dell’ascia di un Nano non sarà più per me motivo di stupore. Addio!».

Come puoi vedere, nessuno bofonchia, sibila, borbotta o sospira se non ce n’è una reale necessità. Nella prima riga, Eomer grida, affinché la sua voce possa essere udita dagli stranieri che si stanno congedando. Nelle righe che seguono, l’autore si limita a utilizzare il verbo disse, e il fatto che ve ne siano tre occorrenze nel giro di poche righe non disturba minimamente la lettura. Al contrario, la agevola, rendendola fluida e piacevole.

Fermo dove sei, resta qui ancora un po’. So a cosa stai pensando.

Molti scrittori tendono ad aggirare questa regola di stile infarcendo il testo di avverbi.

«Mi dispiace.» Disse Helen nervosamente.

«Starai scherzando!» Esclamò John, incredulo.

«Di cosa parla il tuo libro?» Chiese Jack, incuriosito.

Quella che vedi sopra è più o meno la stessa cosa che far ciangolare i tuoi personaggi. Non farlo.

“Pietà, oh, pietà.”

Smetti di indebolire la tua prosa. Smetti di mettere in discussione la qualità dei tuoi dialoghi. Smetti di guardare il tuo lettore dall’alto in basso e pensare che non ti capirà.

Se dal dialogo emerge che Helen è dispiaciuta, chi ti legge ha tutti gli strumenti che gli occorrono per immaginare che la situazione la renda nervosa.

Se vuoi conferire maggiore visualità alla scena, mostra, non dire.

Proviamo a sistemare le cose:

Helen si torturava le mani affondando le unghie nei palmi. «Mi dispiace.»

«Starai scherzando!» John si alzò di scatto, gli occhi sgranati, i pugni piantati sul tavolo.

Jack si protese verso il manoscritto. «Di cosa parla il tuo libro?»

Ecco, ora va meglio.

La regola generale potremmo enunciarla così:

dovunque tu possa impilare un’accozzaglia di avverbi o espressioni avverbiali, puoi cancellare tutto e scrivere una scena. Una vera scena. Fallo.

Ma è davvero così categorica questa regola?

Sì.

E no.

Persino gli scrittori più famosi sono indulgenti con sé stessi in alcuni casi, e se apri un libro di Stephen King te ne accorgerai tu stesso.

“Può ben darsi che il vostro interlocutore si stia dibattendo in una palude e senz’altro dovete allora gettargli una fune… ma non c’è bisogno di tramortirlo scaricandogli addosso un cavo d’acciaio.”

La scelta, ovviamente, sta a te: sei il padrone del tuo destino della tua penna.

“Io vi chiedo solo di mettercela tutta e ricordatevi che, se scrivere avverbi è umano, scrivere «lui disse» o «lei disse» è divino.”

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